LA CREATIVITÀ (IN PARTE) SI IMPARA | 15.01.2019

LA CREATIVITÀ (IN PARTE) SI IMPARA

Dal genio solitario all’intelligenza collettiva
con Piero Bianucci

Pensare il futuro, al futuro, nel futuro
con Paolo Legrenzi

15 gennaio 2019
In live streaming dalle ore 15 alle 17

 


 

“La creatività – ha scritto Albert Einstein – non è altro che una intelligenza che si diverte”. Un altro grande fisico, Henri Poincaré, ci ha lasciato una definizione più cauta, che mette l’accento anche sulle applicazioni: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.

Entrambe le affermazioni sono vere. Chiunque abbia fatto qualcosa di creativo – scrivere una poesia, vincere una partita a scacchi o anche solo dare al pallone un calcio imprevedibile che inganna il portiere – sa cosa significa sentire dentro di sé il divertimento dell’intelligenza. Collegare conoscenze ovvie per ricavarne qualcosa di nuovo e possibilmente di utile è qualcosa che ci capita spesso anche nella vita quotidiana. Invenzioni e nuovi prodotti industriali di solito intrecciano tecnologie già mature: il cellulare, emblema dei nostri giorni, ha messo insieme tre cose che c’erano già: il telefono, la radio e le gambe, cioè la mobilità.

La domanda è: creativi si nasce o si diventa? Possiamo avvicinarci alla risposta sostituendo la parola creatività con la parola intelligenza.

Molti studi scientifici dicono che in parte l’intelligenza sta scritta nel codice genetico – anche se siamo lontanissimi dal sapere quali geni la controllano. Altri studi, forse più documentati, ci dicono però che, nello sviluppo dell’intelligenza, più della genetica è importante l’ambiente, il mare culturale in cui ci troviamo a galleggiare. Non c’è vera contraddizione tra questi studi. Una disciplina scientifica recente e in rapido sviluppo – l’epigenetica – ha messo in luce come l’ambiente abbia un ruolo decisivo nell’attivare alcuni geni piuttosto che altri.

Per la creatività vale un po’ lo stesso discorso. In parte, soprattutto nel campo artistico, dipende da qualità innate e può essere anche una dote solitaria. Ma in altri campi, per esempio la scienza, dove è fondamentale la padronanza di una o più discipline, la creatività deriva soprattutto dagli stimoli dell’ambiente e specialmente dall’interazione con altre persone colte, intelligenti e creative. Per questo motivo oggi non si parla più di “genio”, una parola legata all’epoca romantica, ma di “intelligenza estesa” e di “creatività collettiva”. Non è un caso che in certe università (Stanford, Yale, Cambridge, Oxford, MIT) si concentrino decine di premi Nobel: un ambiente intelligente e creativo produce intelligenza e creatività. Chi ha frequentato queste università sa che le cose più interessanti non si imparano a lezione ma alla mensa, chiacchierando con professori e compagni di studi.

Stabilita l’importanza dell’ambiente, è interessante vedere quali meccanismi mentali intervengano nell’atto creativo. Qui un aiuto importante ci viene dalle neuroscienze. Favorisce la creatività una forte interconnessione tra i due emisferi cerebrali, quello sinistro – linguistico e razionale – e quello destro – spaziale e artistico. L’interconnessione, garantita a livello anatomico dalle 200 mila fibre del corpo calloso, può essere coltivata con esercizi di problem solving. Ci si educa così al “pensiero fluido”, una condizione in cui tutto il cervello lavora mettendo in rapporto ogni sua funzione – memoria a breve e lungo termine, capacità di astrazione, doti narrative, risorse immaginative capaci di prefigurare l’esito di ipotesi ed esperimenti.

Nel caso delle scoperte scientifiche, due sono le vie maestre della creatività: il cambiamento (talvolta il rovesciamento) del punto di vista sul problema; e il procedere per analogie, da verificare per prova-ed-errore.

La prima è una forma di creatività “forte”, quella che ha spinto Einstein a immaginare come avrebbe visto il mondo inseguendo un raggio di luce alla sua stessa velocità (relatività speciale, 1905) o se si fosse trovato dentro un ascensore in caduta libera (relatività generale, 1916).

La seconda è una forma di creatività più “debole” ma molto più diffusa e praticabile in gruppo. Uno psicologo famoso, Edward de Bono, ha studiato entrambe le forme, teorizzando il “pensiero laterale”, cioè la capacità di vedere i problemi in modo alternativo, e perfezionando la tecnica del brainstorming, letteralmente “cervelli in tempesta”, che libera le potenzialità individuali inserendole in un gioco di gruppo.

Il brainstorming suggerisce una interessante pre-condizione utile alla creatività: per essere creativi occorre abbassare il livello di inibizione. Se la regola è che tutti possono dire la prima cosa che viene in mente senza sentirsi giudicati, il “pensiero fluido” si libera più facilmente. Così si sgombra il campo anche dalle soluzioni cristallizzate che bloccano quelle innovative.

In alcuni casi l’abbassamento della soglia di inibizione si ottiene semplicemente smettendo di pensare al problema che non si riesce a risolvere per fare qualcosa di diverso.

E’ famoso l’aneddoto di Archimede chiamato a stabilire se la corona del tiranno di Siracusa Gerone fosse fatta di oro puro o con una lega metallica di minor valore. Risolvere il problema sarebbe stato facile conoscendo il volume della corona: basta pesarla e confrontare il risultato con il peso di un ugual volume di oro. Ma la forma geometrica della corona è troppo complessa per calcolarne il volume. Dopo molti tentativi inutili, Archimede abbandona il problema e va a farsi un bagno ristoratore. Riempie la vasca fino all’orlo e ci si immerge. Una parte dell’acqua tracima, e Archimede può esclamare “Eureka!”, ho trovato! Come la corona di Gerone, anche il suo corpo ha una forma complessa, ma è facile calcolarne il volume immergendolo in una vasca dalla forma geometrica semplice e misurando la quantità di acqua versata.

In questo aneddoto troviamo tutte le fasi per cui passa la creatività: problema, tentativi di soluzione con metodi convenzionali, frustrazione per il mancato risultato, accantonamento del problema, abbassamento del livello di inibizione, riconfigurazione del problema da un punto di vista alternativo, soluzione, piacere intellettuale per il risultato ottenuto.

 

I relatori

Paolo Legrenzi. Laureato nel 1965 a Padova, ha completato la sua formazione con Peter Wason e Philip Johnson-Laird, pionieri nel campo della psicologia cognitiva. Ha poi insegnato nelle università di Trieste e di Ginevra e trascorso periodi di ricerca all’University College di Londra e all’Università di Princeton. Oggi è professore emerito dell’Università di Ca’ Foscari (Venezia). Autore di numerosi libri di psicologia cognitiva, è presidente del nucleo di valutazione della Scuola Sant’Anna di Pisa e membro della Commissione per l’etica e la ricerca del CNR.

Piero Bianucci. Laureato in filosofia nel 1967 alla scuola di Luigi Pareyson, è giornalista e scrittore scientifico. Ha scritto molti libri divulgativi di astronomia, scienze della Terra, energetica e tecnologie diffuse nella vita quotidiana, collabora a “La Stampa” e alla Radio-tv Svizzera. Insegna comunicazione scientifica in un master dell’Università di Padova. La International Atronomical Union gli ha intitolato l’asteroide 4821.

 

Piccola bibliografia

Edward de Bono: “Creatività e pensiero laterale”, BUR, Rizzoli

Howard Gardner: “Formae Mentis”, Feltrinelli

Paolo Legrenzi: “Creatività e innovazione”, il Mulino

Paolo Legrenzi: “Come funziona la mente”, Laterza

Paolo Legrenzi, Carlo Umiltà: “Molti inconsci per un cervello”, il Mulino

Rebecca Pera: “Intuizione creativa e generazione di nuove idee”, UTET

Robert B. Dilts, Gino Bonissone: “Skills for the Future. Leadership, creatività e pensiero innovativo”, Guerini e Associati

Edward de Bono: “Essere creativi. Come far nascere nuove idee con le tecniche del pensiero laterale”, Il Sole24Ore