L'energia | 6.03.2018

Costruire il futuro - L'energia

Vecchie e nuove fonti energetiche, disponibilità e prospettive
con Francesco Starace

Il futuro del clima
con Filippo Giorgi

6 marzo 2018
In live streaming dalle ore 15 alle 17

 


Il 2017 è stato il secondo anno più caldo dal 1880, cioè da quando abbiamo dati confrontabili per completezza e precisione. La temperatura globale è risultata di 0,9 gradi centigradi (°C) sopra la media del periodo 1951-1980. Il primato dell’anno più rovente rimane al 2016, che rispetto allo stesso periodo ha fatto registrare +0,99 gradi. Questi sono dati della Nasa.

Lievemente inferiore è il riscaldamento globale misurato dalla Noaa, l’agenzia americana che si occupa di oceani e atmosfera: il 2017 sarebbe stato il terzo anno più caldo nella storia dei rilievi scientificamente affidabili, con 0,84 °C in più rispetto alla media del Novecento. La differenza è dovuta al metodo di stima adottato. I due enti però concordano sul fatto che l’ultimo quadriennio è stato il periodo più caldo del pianeta negli ultimi 138 anni. Dei dieci anni più caldi dalla fine dell’Ottocento, nove appartengono a questo inizio di millennio.

Oscillazioni della temperatura globale ci sono sempre state, e le più marcate – le glaciazioni che ricorrono ogni circa centomila anni – sono riconducibili a fenomeni astronomici con periodi diversi che si sovrappongono ora rinforzandosi tra loro, ora attenuandosi. L’inclinazione dell’orbita terrestre, per esempio, varia con un periodo di novantamila anni, l’orbita ellittica del nostro pianeta si allunga e si accorcia per effetto delle perturbazioni dovute agli altri corpi del sistema solare, l’inclinazione dell’asse di rotazione varia di alcuni gradi nell’arco di 41 mila anni e oscilla in 26 mila per il moto di precessione causato dalla Luna.

I cambiamenti climatici dovuti a questi fenomeni periodici sono profondi ma molto lenti. Noi ci troviamo invece di fronte a un cambiamento rapidissimo sulla scala dei tempi geologici: quasi un grado in poco più di un secolo. Che cosa è successo per produrre un rialzo termico così forte?

Il fattore principale va cercato nella composizione dell’atmosfera. Due gas ad effetto serra sono molto aumentati. L’anidride carbonica è passata da 290 parti per milione alla fine dell’Ottocento a 406 nel 2018. Anche la quantità di metano è più che raddoppiata, e l’effetto serra del metano è 20 volte superiore a quello dell’anidride carbonica, che da sola però è responsabile di metà dell’effetto serra. Premesso che senza questi gas il nostro pianeta avrebbe una temperatura di 15 gradi sotto zero e quindi dobbiamo essere grati della loro presenza, basta un eccesso anche modesto a produrre cambiamenti climatici preoccupanti.

Il metano aggiunto deriva dall’estrazione di combustibili fossili e dall’allevamento intensivo di animali. L’anidride carbonica è dovuta alla combustione di carbone, petrolio e, in misura minore, metano. Stiamo parlando di prodotti alimentari essenziali (latte, carne) e delle tre più importanti fonti di energia primaria.

Il carbone, dopo un momentaneo declino, è tornato ad essere la prima fonte di energia con circa un terzo del totale, seguito a breve distanza dal petrolio e dal metano (22 per cento). Le energie rinnovabili, che non emettono gas serra, nonostante la rapida crescita di questi anni, rappresentano solo il 2 per cento dell’energia primaria, benché in alcuni paesi fotovoltaico ed eolico diano contributi notevoli alla produzione di elettricità. Il nucleare è fermo al 4-5 per cento e non sembra destinato ad aumentare. Inoltre non è una fonte rinnovabile, comporta problemi tecnologici e sociali e i giacimenti di uranio sono limitati.

Energia e cambiamento climatico sono due grandi sfide di questo secolo, l’una intrecciata con l’altra. Senza una drastica riduzione del ricorso ai combustibili fossili non si potrà contenere il riscaldamento globale rispettando gli obiettivi che 195 paesi si sono dati a Parigi nel dicembre 2015. Quell’accordo sta già vacillando: il presidente americano Trump ha manifestato l’intenzione di uscirne. D’altra parte solo un’azione condivisa da tutte le potenze economiche ha senso perché i gas serra non conoscono i confini geografici.

L’accordo di Parigi punta a non superare i 2 gradi di ulteriore riscaldamento globale. In caso contrario l’innalzamento del livello del mare, la perdita dei ghiacci polari e l’inaridimento di vaste regioni del pianeta trascinerebbero l’umanità in una crisi gravissima.

Di queste cose si discute a “Costruire il futuro” martedì 6 marzo nell’aula magna del Politecnico di Torino con il climatologo Filippo Giorgi, direttore sella Sezione di Scienze della Terra al Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” (Trieste), e con Francesco Starace, amministratore delegato di Enel. 

 

I relatori

Filippo Giorgi ha fatto parte dal 2002 al 2008 – unico italiano – del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici, organismo che con Al Gore nel 2007 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. Laureato in fisica dell’atmosfera con Guido Visconti all’Università dell’Aquila, ha conseguito il dottorato al Georgia Institute of Technology di Atlanta (Usa) e ha fatto ricerca a Boulder, Colorado. Autore di oltre 300 articoli scientifici, è tra gli studiosi più citati nel campo delle Scienze della Terra.

Francesco Starace si è laureato in ingegneria nucleare nel 1980 al Politecnico di Milano, lavorando poi all’Ansaldo e in aziende del Gruppo General Electric in Italia, Stati Uniti, Egitto e Arabia Saudita. Ha ricoperto incarichi manageriali alla ABB e ad Alstom Power ed è approdato all’Enel nel 2000, dove, prima di salire al vertice dell’azienda, si è occupato di energie rinnovabili. Fa parte dei maggiori organismi internazionali impegnati nel contenimento dei cambiamenti climatici.