Serialità
Furono i primi teorici dell'industria culturale, da Horkheimer e Adorno, a Morin, a McLuhan, a mettere in luce il carattere seriale della produzione destinata ai mezzi di comunicazione di massa.
Il concetto e gli antecedenti
Secondo McLuhan, anzi, l'idea stessa di produzione in serie, caratteristica dell'industria in particolare novecentesca, deriva dalla più antica di tutte le tecnologie seriali, la stampa, la prima macchina capace di produrre migliaia di copie virtualmente identiche di uno stesso oggetto, libro, giornale o foglio volante. La serialità delle storie di cui il pubblico di massa fruisce ogni giorno, in particolare per mezzo della radio e della televisione, è stata messa in luce in particolare da Adorno, il quale in Minima moralia parlava di una tendenza della cultura di massa a offrire sistematicamente ai suoi lettori e spettatori “il nuovo e il sempre eguale”, cioè contenuti ogni volta differenti per indurre il desiderio e il consumo, ma riconducibili a schemi stabili e a personaggi e storie ricorrenti per facilitare l'”ingresso” del pubblico nelle vicende e per favorire lo sviluppo, essenziale nel consumo industriale, delle abitudini.
La serialità è in effetti riconoscibile già nel romanzo ottocentesco, con il meccanismo proprio ad esempio del romanzo di appendice ma anche delle dispense a puntate della letteratura britannica, per cui il finale di ogni capitolo si agganciava “naturalmente” all'inizio del successivo, creando il meccanismo di attesa essenziale alla cosiddetta “fidelizzazione” del pubblico. E ha antecedenti significativi nell'epica cavalleresca tardo-medievale: lo dimostra il celebre capitolo del Don Chisciotte in cui si passano in rassegna le più celebri epopee del tempo mettendo spietatamente in luce la pigrizia inventiva degli autori, usi a riprendere con poche variazioni le storie che già erano state accolte con successo dal pubblico.
Con l'industrializzazione del giornalismo e della stampa la serialità ha moltiplicato le sue direzioni: pensiamo al fumetto pubblicato sotto forma di striscia quotidiana da alcune delle maggiori testate americane; o alle serie prima in prosa poi a fumetti destinate al pubblico giovanile da autori come Ned Bluntline, il cantore delle geste di William Cody, alias Buffalo Bill. E' però con la radio e con la TV che il modello seriale di racconto ha raggiunto la sua massima affermazione.
La serialità radiotelevisiva
Nella radio come nella televisione il carattere seriale nasce dalla necessità di creare un pubblico fedele attorno ad appuntamenti fissi, settimanali o quotidiani, e dall’economia della produzione che consiglia di tesaurizzare per quanto possibile i set, la documentazione, le reti di collaboratori.
La radio, medium di flusso e insieme di racconto, “scoprì” la narrazione seriale già negli anni Trenta, ispirandosi soprattutto al fumetto: è così che nacquero negli USA serie come Jeff Hawke e poi The Shadow, Dragnet e altre, in Italia Le avventure di Topolino, cui fece seguito la più popolare e “multimediale” di tutte, I Quattro Moschettieri. Un meccanismo analogo era alla base di un altro tipo di serie, derivante dal teatro di varietà: le scenette comiche con personaggi ricorrenti, come Amos ‘n’Andy, che avrebbero generato poi la cosiddetta sitcom radiofonica. Anche questo tipo di serialità trovò numerosi paralleli nella radiofonia europea, negli spettacoli di varietà della radio francese e britannica come nei dialoghi a personaggi fissi della radio italiana: dialoghi non necessariamente comici, ma anche in funzione pedagogica o propagandistica, dalla Radio per le scuole all’Ora dell’agricoltore. Parallelamente, l’altro grande modello di serialità, quello del romanzo a puntate, dava vita negli USA alla soap opera, il genere che ha prodotto le serie più lunghe della storia della comunicazione , e in Europa a storie drammatizzate come l’italiano sceneggiato. La perdurante popolarità della soap è dimostrata dalla vita lunghissima di alcune serie, come Sentieri ( The Guiding Light ) cominciata alla radio nel 1937 e tuttora viva e vitale in televisione.
Lo sviluppo della serialità televisiva è antico come il medium stesso: in parte per la scelta delle grandi catene statunitensi di trasferire sul nuovo medium le serie radiofoniche più popolari, in parte per le invenzioni narrative dei primi anni della televisione, a cominciare dalla celeberrima Lucy ed io, una sitcom ripresa dalle emittenti di molti paesi, e il cui fluire venne identificato da molti spettatori con il fluire stesso della vita. Al punto che quando la protagonista reale della serie, l'attrice Lucille Ball, partorì un figlio l'evento venne seguito da tutti i media e il nuovo bambino di “Lucy” diventò un personaggio della serie stessa.
Il dibattito e le pratiche degli anni Settanta e Ottanta
Nel dibattito in particolare italiano degli anni Ottanta, ad esempio nelle ricerche di Umberto Eco, Francesco Casetti e altri, il concetto di serialità è stato fatto oggetto di esplorazioni approfondite, al fine di fare emergere le funzioni che esso è venuto assumendo in particolare nella comunicazione televisiva, funzioni che rispondono non solo alle esigenze industriali dei produttori ma anche a una precisa domanda del pubblico. Sono stati così distinti diversi modelli di serialità: una basata sulla semplice successione di “puntate” connesse tra loro in un'unica vicenda, l’altra fondata invece sulla produzione di storie distinte.
Proprio in quegli anni, d'altra parte, la serialità televisiva ha dato vita a un nuovo genere misto, esemplificato ad esempio da molti telefilm polizieschi o ospedalieri: in Hill Street giorno e notte, in ER, in Sex and the City ogni puntata ha una “sua” storia ma al tempo stesso tra l'una e l'altra si verificano cambiamenti duraturi destinati a fissarsi nella memoria del pubblico, e della serie stessa. Negli stessi anni anche al cinematografo si è moltiplicata la produzione di sequel film presentati come il séguito di film di successo) e di prequel (che hanno al centro le premesse, gli antecedenti, di una storia già vista).
Negli anni Novanta poi la serialità, e la connessa serializzazione tra narrazione televisiva e vita, hanno conosciuto un salto ulteriore con lo sviluppo del cosiddetto reality, dove il nuovo e il sempre uguale evidenziati da Adorno hanno subìto un'ulteriore intensificazione. Serie sempre diverse per i personaggi coinvolti, e sempre più meccanicamente ripetitive per i modelli narrativi messi in gioco. D'altra parte nello stesso periodo il moltiplicarsi delle forme di comunicazione informatiche e telematiche ha esso stesso in parte ridotto, in parte ulteriormente esaltato la serialità: ridotto, in quanto i tempi e le dinamiche della fruizione appaiono meno legati ad appuntamenti fissi; esaltato, in quanto le serie, vecchie e nuove, sono spesso ancor più dei singoli testi al centro dei fenomeni di “culto” caratteristici della cultura di massa attuale.
Bibliografia
- Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino, 2005
- Umberto Eco, Tipologia della ripetizione, in Francesco Casetti (a cura di), L’immagine al plurale. La serialità nel cinema e nella televisione, Marsilio, Venezia, 1984
- Francesco Casetti (a cura di), L’immagine al plurale. La serialità nel cinema e nella televisione, Marsilio, Venezia 1984

