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Documentario

Apparentemente intuitivo, il concetto di “documentario” è però assai difficile da fissare con precisione. Secondo la definizione del sociologo britannico D. Chaney, è documentario quell'opera che s'impegna a rinunciare alle possibilità immaginative, ovvero inventive che il mezzo le offre: in altri termini, è la fotografia che si impegna di rinunciare alle "messe in scena", il cinema che si impegna a non manipolare il materiale raccolto dalla cinepresa, e così via, anche se nella realtà tutti i tipi di documentario implicano comunque una selezione e un montaggio.

L'idea di documentario si è affermata prima di tutto in campo cinematografico anche per influsso dell'inglese John Grierson, che per primo usò il termine nei primi anni Trenta (il concetto si trova però già chiarito, sia pure con importanti differenze di accento rispetto a Grierson, negli scritti degli anni Venti del regista russo Dziga Vertov). Grierson si batté per tutta la vita per un uso educativo del cinema, utile a creare nel grande pubblica la coscienza dei problemi culturali e politici del proprio tempo. A partire da Grierson il documentario cinematografico si presenta come l'opposto del cinema d'immaginazione o di fiction (come ha scritto Edgar Morin, documentario e fiction sono come due poli elettrici che si escludono a vicenda ma che hanno perennemente bisogno l'uno dell'altro),  e anche come un "ritorno alle origini": secondo Grierson, infatti, il cinema dei fratelli Lumière aveva già le caratteristiche del documentario, che poi avrebbe perso con la commercializzazione. Parlando di “ritorno alle origini” Grierson voleva sostenere anche che il documentario fosse più della fiction fedele alla vocazione originaria di media come il cinema e, prima ancora, la fotografia e la registrazione: la capacità di registrare e restituire la realtà.

Modelli e classificazione
In verità, come ha dimostrato bene il  critico statunitense Eric Barnouw, il documentario, non è riducibile al modello di Grierson, ma è fin dall'inizio del Novecento classificabile in vari tipi:
- un modello che possiamo definire "esplorativo", in cui prevale la meraviglia per le possibilità che la tecnologia offre di esplorare mondi "altri" (è il caso dei documentari esotici del regista R. Flaherty, ma anche di molta della migliore fotografia di viaggio, e di tanti documentari cinematografici e televisivi sul mondo "infinitamente piccolo" degli insetti o della realtà fisica microscopica)
- un modello "educativo" in senso proprio, mirante a somministrare con l'uso di media moderni conoscenze riconoscibili come parte dei curricula formativi riconosciuti; tra questi un sottogenere di particolare rilievo è il documentario detto "di repertorio", che ricostruisce un periodo o evento storico con materiale del tempo
- un modello "sociale", che mira ad attirare l'attenzione del pubblico su aspetti della sua realtà di tutti i giorni che non vede o (più spesso) che non vuole vedere: in campo fotografico la tradizione del documentario sociale risale all'inglese H. Mayhew (anni Sessanta dell'Ottocento) e al danese-americano J. Riis (anni Novanta dell'Ottocento); ma è negli anni successivi alla grande crisi che, come ha dimostrato per gli USA W. Stott, l'idea di documentario, e di documentario sociale in particolare, diventa un elemento portante dell'intero sistema dei media: dai film inglesi del gruppo di Grierson a quelli americani di Willard Van Dyke e del New York Film Group, alle fotografie di Gisèle Freund e dei fotografi dell'americana Farm Security Administration
- un modello definito da E. Barnouw come "catalitico", che documenta una realtà mettendo in discussione però lo stesso punto di vista dell'osservatore, rifiutando così quel presupposto di obiettività assoluta che è fondante per tutte le altre forme di documentario ed evidenziando il ruolo attivo del documentarista nel contesto che riprende. Questa tendenza, avviata dal "cinema-verità" di Edgar Morin e Jean Rouch (ma forse le radici più profonde sono nell'opera teatrale, a suo modo paradossalmente "documentaristica", di Bertolt Brecht), si è poi diffusa in molti paesi, in Italia ad esempio con Comizi d'amore di Pier Paolo Pasolini, e negli USA con Fred Wiseman e Albert Maysles, teorico e promotore del Direct cinema.
Va poi ricordato quel genere ibrido, nato negli anni Trenta negli USA ma divenuto realmente popolare con i programmi televisivi soprattutto britannici e americani, che va sotto il nome di docudrama o documentario drammatizzato: recitato da attori, con una vera e propria sceneggiatura, il docudrama rivendica però il suo carattere "documentario" richiamandosi all'uso rigoroso di fonti storiche o giornalistiche e impegnandosi a non dare al pubblico informazioni non controllate su dati o fatti rilevanti. Impegni, come è ovvio, non sempre rispettati fino in fondo.

Documentario e televisione
Sebbene abbia conosciuto negli ultimi anni qualche occasione di rinnovata popolare, ad opera per esempio di un autore come Michael Moore, il documentario è quasi scomparso, e da tempo, dalle sale cinematografiche mentre conserva, sia pure tra molte difficoltà, uno spazio in televisione.
Fondata su una rigorosa distinzione tra informazione, educazione, divertimento, la programmazione televisiva riconosce infatti fin dall'origine un preciso spazio al documentario in quanto genere che sembra portare in sé un preciso segno di appartenenza: informativo, quando tratta di problemi di attualità, educativo in tutti gli altri casi. Per tutta l'epoca della cosiddetta "paleotelevisione", fino cioè alla metà degli anni Settanta, le grandi reti televisive, in particolare pubbliche, sono state ovunque le maggiori committenti, e produttrici in proprio, di documentari. Inserendosi nella programmazione televisiva, il genere ha subìto, rispetto al cinema, un processo di serializzazione e di relativa standardizzazione: durate fisse, appuntamenti settimanali, formule relativamente rigide.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, il documentario ha poi conosciuto nel sistema dei generi televisivi una progressiva perdita di status, anche per i suoi costi elevati rispetto alla capacità di catturare l'audience. Non casualmente il paese dove più è sopravvissuta la tradizione è la Gran Bretagna, il più regolato dei sistemi televisivi: il che fa capire che ormai il doumentario classico, alla TV come al cinema, è una specie protetta.

Bibliografia
- Erik Barnouw, Documentary. A History of Non-fiction Film, Oxford University Press, New York, 1981
- John Grierson, I principi del documentario, Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1950
- John Grierson, Documentario e realtà, Bianco e Nero, 1950
- Dziga Vertov e altri, Teoria del cinema rivoluzionario, a cura di P. Bertetto, Feltrinelli, Milano, 1975
- Pietro Montani, Dziga Vertov, La Nuova Italia, Firenze, 1975
- Edgar Morin, Il cinema o l'uomo immaginario, Feltrinelli, Milano, 1976
- Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Annali. A proposito del film documentario, Roma, 1998
- Salvatore Pinna, Uomini con la macchina da presa: introduzione al cinema documentario, Aipsa, Cagliari, 2002.