Censura
Intervento preventivo su un messaggio o spettacolo, al fine di impedire che i destinatari siano raggiunti da contenuti ritenuti pericolosi per motivi etici, religiosi, politici, di sicurezza pubblica. Sebbene nel parlare comune i termini "censorio" o "censura" vengano spesso usati, di solito in funzione denigratoria, per qualsiasi tipo di intervento limitativo della libertà di espressione, il carattere preventivo è ciò che distingue la censura propriamente detta da altre azioni, come ad esempio l'azione della magistratura volta a punire espressioni ritenute lesive dei singoli o di interessi collettivi. L'azione censoria, infatti, mira non tanto a punire l'autore del messaggio considerato pericoloso quanto a impedire al messaggio stesso di esercitare il suo effetto, tutelando (o presumendo di tutelare) il pubblico dalla sua ricezione.
In occidente le forme moderne di censura sono di pertinenza delle autorità politiche, anche se in molte occasioni sono state chiamate a condividerne la responsabilità figure ecclesiali e più di recente esperti (psicologi, avvocati, sociologi) e altri rappresentanti della "società civile".
L'azione censoria e la comunicazione interpersonale
Il modello attuale di censura di Stato ha le sue origini nell'età moderna, con lo sviluppo delle monarchie assolute da un lato, dei moderni strumenti di comunicazione diffusa (la stampa e poi la posta) dall'altro. Nei regimi assoluti, infatti, oggetto di censura erano non solo le forme di comunicazione pubblica (sia nel mondo protestante, sia in quello cattolico, la rapidità e l'ampiezza di diffusione della tipografia favorirono fin dal Cinquecento la costituzione di appositi uffici con il compito di leggere i testi da pubblicare prima che fossero passati alla tipografia) ma anche quelle private: il compito di controllare la corrispondenza era affidata a speciali uffici noti come "camere nere" o "gabinetti neri". La soppressione di tali uffici è avvenuta gradualmente in tutti i paesi europei nel corso del Diciannovesimo secolo, con l'affermarsi del principio di riservatezza della corrispondenza. Forme di censura sulla posta sono state poi reintrodotte durante i periodi di guerra anche nei paesi democratici, almeno per la corrispondenza dei militari. E sono state sviluppate, anche con tecniche nuove, dai regimi totalitari del Ventesimo secolo, che l'hanno estesa alla comunicazione telefonica e più di recente a quella on line.
In generale, nelle democrazie del Novecento, l'intervento censorio dello Stato sulla comunicazione diretta fra persone è considerato inaccettabile; anche se di recente, come si vedrà più avanti, il problema si è riaperto con la proposta di strumenti di censura su Internet.
La censura sulla stampa
Più complessa e contrastata la vicenda della censura sulla stampa. Risalgono al Seicento le prime radicali prese di posizione, soprattutto in ambito protestante, in favore di una stampa libera da ogni censura, considerata essenziale sia alla libertà religiosa sia allo sviluppo del sapere. Le richieste già contenute nel più famoso di quei testi, l'Aeropagitica di John Milton, sarebbero poi divenute proprie di tutto il movimento settecentesco e ottocentesco per la libertà di stampa: nessun intervento preventivo, né sui contenuti (censura propriamente detta) né sul diritto a stampare (ogni forma di "autorizzazione" infatti può essere considerato uno strumento indiretto ma potente di censura). L'attuazione probabilmente più radicale di questa rivendicazione è quella contenuta nel Bill of Rights aggiunto nel 1791 alla costituzione degli Stati Uniti, che vieta al Congresso qualsiasi azione legislativa sulla stampa. Nelle costituzioni europee dell'Ottocento e del nostro secolo lo stesso principio si sarebbe affermato più gradualmente e con consistenti eccezioni, generalmente soprattutto in materia di etica sessuale.
Comunque negli stati liberal-democratici l'intervento repressivo sulla stampa, limitato per altro a un numero ristretto di casi (offesa all'onore delle persone, violazione della privacy, offese al "senso del pudore") deve essere successivo alle violazioni e non preventivo, e deve essere affidato alla magistratura, in quanto organo separato dal potere politico, non a uffici appositi dipendenti dall'esecutivo. Un principio recepito anche dall'art. 21 della Costituzione italiana, che libera esplicitamente la stampa da autorizzazioni e censure.
La censura sugli spettacoli
A differenza della censura sulla stampa, quella sugli spettacoli teatrali e poi cinematografici è stata ritenuta a lungo compatibile con i regimi di democrazia liberale. Questa differenza risulterebbe incomprensibile se non si prendesse in considerazione il diverso status attribuito agli spettacoli e alla stampa nella cultura europea, in particolare dell'Europa protestante. Basterà ricordare che proprio quel calvinismo intransigente che ebbe un ruolo centrale nella battaglia per la libertà di parola e di stampa impose, ovunque arrivò al potere, la chiusura dei teatri. Mentre alla stampa si è riconosciuto da allora il compito di formare un'opinione pubblica razionale nel libero confronto, cosa che rendeva la censura un freno inaccettabile alla formazione di un'opinione pubblica democratica, gli spettacoli erano generalmente ritenuti uno strumento prevalentemente emotivo, per far leva sui sentimenti o addirittura sugli istinti, erotici e/o violenti, del pubblico. La censura sugli spettacoli si è a lungo presentata come un necessario correttivo all'intrinseca pericolosità sociale del teatro e del cinema: in particolare, come un indispensabile freno alle possibili conseguenze negative sulla moralità pubblica.
La censura teatrale è pertanto rimasta attiva in quasi tutti i paesi occidentali fino agli anni Sessanta del nostro secolo; con la nascita del cinema sono nati ovunque degli uffici appositi. Con l'eccezione degli USA, dove proprio per evitare questo rischio Hollywood si è data a più riprese codici di autodisciplina (il più noto dei quali è il cosiddetto "codice Hays" del 1934). Con la liberalizzazione di fatto della pornografia, un fenomeno che ha attraversato in modo improvviso e almeno in parte ancora misterioso tutte le società occidentali negli anni Sessanta e Settanta del nostro secolo, il ruolo tradizionale della censura come tutore della moralità pubblica si è sostanzialmente svuotato. Alle commissioni censura è rimasto affidato il compito di valutare quali spettacoli siano visibili da tutti e quali siano visibili solo al di sopra di una certa fascia di età, al fine di tutelare bambini e adolescenti, considerati età a maggiore rischio di influenze negative rispetto agli adulti.
Per quanto riguarda la televisione, in Europa il compito degli interventi censori è rimasto a lungo affidato soprattutto alle aziende stesse che in regime di monopolio gestivano il mezzo; negli USA e in altri regimi privatistici si è invece attribuito un ruolo di valutazione del livello morale degli spettacoli agli enti incaricati del rinnovo delle licenze. In entrambi i casi, la censura propriamente detta è stata sostituita da altre forme di intervento pubblico dell'autorità, diretto (il monopolio pubblico sulle reti) o indiretto.
La censura nel nuovo sistema dei media
Nell'insieme, lo sviluppo dei cosiddetti nuovi media ha ulteriormente rafforzato la tendenza già leggibile in tutto l'occidente, alla nullificazione di fatto dell'efficacia di ogni censura: non per caso, Internet è considerato il principale veicolo di comunicazione pornografica mai entrato in attività: nell'anno 2000, secondo stime prudenti, i siti esplicitamente pornografici presenti sulla rete erano almeno 30.000. Ciononostante (o, più probabilmente, proprio per questo) egli ultimi anni si è assistito a forme di contro-reazione, culminanti nella proposta al Congresso degli Stati Uniti di introdurre una forma di censura preventiva sui siti Internet, proposta per altro pressoché impraticabile visto il carattere assolutamente sovra-nazionale della rete e vista l'impossibilità riconosciuta di introdurre forme di controllo su qualsiasi reato commesso in rete, dalla truffa alla diffamazione. La preoccupazione che si fosse arrivati a un eccesso di permissività e le campagne ricorrenti sui pericoli che i presenti media presentano per le menti fragili dei bambini e adolescenti, e per la loro stessa integrità fisica (minacciata in particolare dalla pedofilia) hanno avuto effetto anche al di fuori della rete, e hanno ridato legittimità a forme di intervento preventivo.
Rientra in quest'ambito la campagna Save Our Children, avviata negli USA negli anni Ottanta, mirante in particolare a porre sotto controllo la musica rock. In molti stati dell'Unione, proprio per effetto di questa campagna, è stata imposta sui dischi ritenuti più pericolosi una speciale etichetta affine a quella apposta sulle confezioni dei prodotti ritenuti dannosi alla salute. Come in molti altri campi, l'azione censoria si è convertita in una forma di pubblicità indiretta per i prodotti che si vorrebbero colpire.
Autocensure e censure del mercato
Nel linguaggio comune, il termine censura viene applicato spesso in senso traslato, per indicare tutti i tipi di intervento repressivo sulla comunicazione, anche quando non siano esercitati da autorità politiche o religiose.
Sono nate di qui espressioni di notevole importanza per il dibattito storico e deontologico sui media. Si parla così di auto-censura per quelle forme di soppressione preventiva dei messaggi ritenuti "scomodi" che vengono messe in atto dagli stessi organi che di quei messaggi dovrebbero essere i diffusori, o addirittura in prima persona dagli stessi autori di quei messaggi. L'espressione, introdotta nell'uso già dagli anni Quaranta, mette a fuoco un meccanismo che è all'opera sia nei regimi totalitari, nei quali spesso gli interventi censòri propriamente detti sono pressoché inutili in quanto i messaggi "pericolosi" non giungono neppure all'attenzione delle autorità, sia, come la sociologia dei media ha ampiamente rilevato, anche nelle democrazie, dove l'auto-censura deriva o da pressioni economiche o dai meccanismi stessi delle carriere nelle professioni della comunicazione.
Più recente è l'introduzione, da parte di alcuni critici di sinistra, del concetto di "censura del mercato". Con questa espressione si sottolinea l'esistenza, anche nei regimi liberali e democratici, di meccanismi che impediscono ai messaggi sgraditi di giungere al loro pubblico: meccanismi affidati al funzionamento stesso della comunicazione di massa, per il quale se una merce non è in qualche modo promossa presso il pubblico è probabile che il pubblico stesso non lo richieda. Questa dinamica, secondo autori della sinistra radicale come Noam Chomsky, permetterebbe di fatto di impedire la circolazione di numerosi testi anche di grande rilievo, giustificando il tutto non con una scelta politica d'autorità ("censura" propriamente detta, che sarebbe inaccettabile) ma con una supposta libera scelta da parte del pubblico.
Bibliografia
- John Milton, Aeropagitica. Discorso per la libertà di stampa, Bompiani, Milano, 2002
- Noam Chomsky, Linguaggio e libertà, Il Saggiatore, Milano, 2002
- Noam Chomsky, La fabbrica del consenso, Il Saggiatore, Milano, 2008
- Armand Mattelart, La comunicazione mondo, Il Saggiatore, Milano, 1997
- Ithiel De Sola Pool, Tecnologie di libertà, Utet, Torino, 2005
- Italia taglia, catalogo della mostra, Transeuropa, Ancona, 1999

